Il Festival del Riciclo Creativo nasce alla CAE nel 2013, ed è giunto ora alla XII Edizione, che si svolge alla Vaccheria dal 19 settembre al 5 ottobre.
Il focus del festival è l’arte delle piccole cose, degli oggetti simbolo della nostra era consumistica che, decontestualizzati o riassemblati, assumono nuovi significati, con l’obiettivo di incentivare una consapevole cultura della sostenibilità.
Partecipare alla giornata inaugurale ci dà l’occasione per mettere in fila alcune considerazioni sul lavoro culturale che tutti noi dobbiamo fare per la costruzione di un immaginario nuovo, basato sui consumi sostenibili, su stili di vita che non dilapidino le risorse del pianeta, ma improntati al dare nuova vita agli oggetti che utilizziamo quotidianamente.
Un lavoro che deve andare di passo con l’ideazione e la progettazione degli oggetti, il cosiddetto ecodesign: non possiamo più permetterci che le cose di tutti i giorni vengano utilizzate una sola volta e poi buttate via, dobbiamo iniziare a ragionare immaginando già – nella fase di progettazione dei nuovi prodotti – quali potranno essere le fasi successive della vita degli oggetti, nell’ottica di una vera transizione dall’economia lineare a quella circolare.
Una transizione che parte dell’educazione al consumo sostenibile ma arriva alla riduzione dei consumi, e quindi alla riduzione dello spreco, laddove si possano mettere in pratica comportamenti quotidiani più sostenibili, al riciclo, riuso, riutilizzo e differenziazione degli scarti.
L’Assessorato e il Dipartimento Ciclo dei Rifiuti, attraverso una proficua e costante collaborazione con i Consorzi di filiera che si occupano della gestione dei rifiuti, hanno lavorato in questi ultimi anni nella direzione indicata, mettendo in atto numerose azioni. Penso alla campagna di comunicazione che abbiamo costruito per sensibilizzare la città sull’uso dell’acqua pubblica e sulla riduzione dell’uso della plastica, ad esempio – con le bottiglie di vetro riciclato insieme a COREVE: tra i progetti di riscarti tra l’altro c’è proprio l’attenzione alle bottiglie, con i taglieri derivati da bottiglie di vetro, un materiale immortale che se disperso nell’ambiente impiega secoli a ridursi. Penso anche alla campagna di comunicazione “Roma Non è indifferente”, per incentivare la raccolta differenziata o a “Tenga il resto”, per contrastare lo spreco di cibo e portare a casa in contenitori di alluminio ciò che avanza dalle nostre cene al ristorante, in collaborazione con Cial (il consorzio che si occupa della raccolta e del riciclo dell’alluminio, un altro materiale riciclabile praticamente all’infinito.
E, ovviamente, con il lavoro che stiamo portando avanti per la chiusura del ciclo dei rifiuti, con l’attuazione del Piano Rifiuti e i relativi nuovi impianti – che non sono solo il termovalorizzatore ma ci sono i biodigestori, gli impianti per carta, plastica e vetro.
Tutto questo contribuisce a rafforzare e aumentare la coscienza collettiva del coinvolgimento di ognuno di noi nella tutela dell’ambiente, perché “nessuno è troppo piccolo per fare la differenza, nessun gesto è troppo piccolo, tanti piccoli gesti se sommati insieme cambiano le cose”.
L’arte è una forte cassa di risonanza di messaggi potenti, che può diffondere e implementare il lavoro capillare e culturale per consolidare la transizione da un’economia lineare ad una economia circolare. Penso ai murales sulle pareti della metro a Rebibbia, che mangiano polveri sottili: un’azione culturale che ha un duplice impatto, ambientale e educativo. Lo stesso obiettivo persegue Riscarti, che in questi dieci anni ha svolto un lavoro fondamentale nel porre le domande, nel fornire spunti nuovi e nel costruire una nuova narrazione della vita degli oggetti.
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